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Arcipelago call center: sfruttamento e ricatto

Da diversi anni ormai, lo sappiamo bene, la televendita è una realtà che costella questo nostro crepuscolo occidentale.

Operatrice call center

Da diversi anni ormai, lo sappiamo bene, la televendita è una realtà che costella questo nostro crepuscolo occidentale. I nostri telefoni sono diventati veicoli per proporci merci e prodotti di ogni genere. D'altronde i call center sono il prodotto di un tempo e del suo tipo di economia. Di che meravigliarsi? La crisi la creano gli esseri umani che, zelanti nella loro attività di rapina, scavano troppo a fondo nelle miniere urbane e nei vivai anonimi dell'umanità dormiente, risvegliando ciò che non si dovrebbe mai risvegliare, e cioè l'ombra della miseria e della disoccupazione. Quest'ultima è la faccia visibile e tangibile della crisi, cosicché chi va in cerca di lavoro si vede costretto ad accettare qualunque offerta. Da qui, il prodotto della crisi: un modo di offrire lavoro che è, nei fatti, un vero e proprio ricatto nei confronti di chi ha bisogno di trovare un'occupazione. Sì, una forma peculiare di ricatto in un contesto dove la crisi altro non è stato che un alibi, e non una causa reale, in più per aumentarne l'efficacia. Il problema dei call center è, oltre all'alienazione, che essi diventano oggi una delle poche strade da imboccare per avere una benché misera entrata. Di qui la costrizione che deriva dalla consapevolezza di questa ineluttabilità. Ci si trova nevrotici e depressi sotto le direttive di qualche squallido team leader per 400-500 euro al mese, spesso arrotondati per difetto. Queste tipologie di lavoro sfruttano il bisogno creando altro bisogno, perché chi lavora nei call center non può vivere solo dei soldi ivi guadagnati, e sarà costretto, a spostarsi prima o poi alla ricerca di altro, povero come prima. Call center o altro lavoro atipico, non importa: siamo sempre lì, con un esercito di disperati che fa carte false per avere una paga da fame e che non ha (o non può avere) la forza di dire un “No” corale per far sì che le condizioni di lavoro siano giuste e le paghe eque. E che dire dei contratti a progetto? Co.co.pro: una sigla dietro alla quale si cela la mancanza assoluta di diritti e tutele, come ad esempio la malattia. Un sigla che con disinvoltura ci dice che la legge ha legalizzato ciò che in un mondo che definiamo evoluto, non dovrebbe nemmeno essere immaginabile. 

 

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