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Cannes, dopo il festival guida ai film in uscita (VIDEO)

CANNES, 24 MAG - Il sipario è calato sulla Croisette.

CANNES, 24 MAG - Il sipario è calato sulla Croisette. Ora è tempo di bilanci e recensioni.

Come quasi sempre, il festival di Cannes, si è confermato come uno degli appuntamenti più importanti nel panorama cinematografico mondiale.

C'è stato Pedro (Almodovar), si è fatto vedere e, sopratutto, sentire il "neo nazista" Von Trier, i nostri Moretti e Sorrentino, la dedica a Bertolucci, i Dardenne e Gus Van Sant. C'è stato anche il solito red carpet ricco di spacchi e tacchi vertiginosi, con star e starlette in bella mostra.

I cinefili l'hanno definita "un'ottima annata". Ha vinto anche un film inaspettato, anche questo fa clamore.

Moretti con il suo "Habemus Papam" ha convinto. Applausi scroscianti per il protagonista Michel Piccoli, favorito per il premio all'interpretazione, 'rubato' da Jean Dujardin, per la sua prova in "The Artist".

"The must be the Place" del nostro Sorrentino ha emozionato. La sala stampa dopo la presentazione ha tributato 10 minuti di applausi all'opera con protagonista Sean Penn. La storia di una rock star cinquantenne, Cheyenne che va ancora in giro vestito come ai tempi d'oro quando saliva sul palco. Vive agiato e tranquillo con la bella moglie nella calma Dublino. La trama gira intorno alla morte del padre, che lo spinge a tornare a New York. Qui scoprirà l'ossessione del padre, che voleva a tutti i costi vendicarsi per un'offesa subita nei campi di concentremento. Cheyenne si convince a proseguire la ricerca che il padre non aveva potuto portare a termine. La ricerca è la base di questo film appassionato e convincente. Ruota intorno al testo dei Talking Heads, This Mus be the Place appunto

Il vincitore è stato Terrence Malick con "The Tree of Life", con Brad Pitt e , di nuovo, Sean Penn. Bel film quest'albero della vita. Siamo in America negli anni '50, classica famiglia con padre, madre e 3 figli. La madre è cresciuta con l'insegnamento di leopardiana memoria che c'è la Natura, violenta e dominatrice, e poi c'è la Grazia, la via dell'obbedienza e del sacrificio. Quindi la via del bene, da seguire, la "retta" via. Uno dei tre figli muore. Si passa a Sean Penn, ma non siamo più negli anni '50, ma nei 2000, edifici alti, asettici e architetture opposte alla casetta texana da cui proviene. Pensa alla morte del fratello minore, mai vissuta, solo negata. Si ritorna negli anni '50, Brad Pitt è un padre autoritario, la moglie dolcissima lo sopporta, possiede la Grazia. I figli adorano la madre e non sopportano il padre. Si ritorna al presente, con Sean Penn pensieroso che si fa mille domane. Il finale è da brividi. 

Il Gran Prix va ex aequo ai fratelli Dardenne per "Il ragazzo con la bicicletta", ed a Nuri Bilge Ceylan per "Once upon a time in Anatolia"

Kristen Dunst vince il premio per l'interpretazione femminile in "Melancolia" di Lars Von Trier. Film forte e surreale. Quasi un "secondo tempo" del precedente lavoro del regista danese, "Antichrist". Il pittore fiammingo Hieronymus Bosch sembra quasi ispirare le scenografie. I primi 5 minuti sono un capolavoro. Il regista ci descrive subito la vicina fine del mondo, causata dalla collisione della terra con un altro pianete. Poi si procede in flashback. La trama è divisa in due capitoli, e racconta la storia di due sorelle davanti alla fine del mondo. La triste e paranoica Justine (Kristen Dunst) e la più positiva ma sempre sofferente Claire (Charlotte Gainsbourg) che non vuole accettare il suo destino. Il film va avanti così ma dopo il bel prologo, perde verve e diventa a tratti noiso. Dal regista di "Dogville" si rimane un pò delusi.

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