Dal Berghem Fest Umberto Bossi manda un messaggio chiaro a Silvio Berlusconi: a questo punto si deve votare comunque e non si illuda di costruire alleanze con l'Udc di Pier Ferdinando Casini perchè la Lega non ci sta. «Berlusconi - ha spiegato Bossi - ha detto che ha un progettino da portare in Parlamento. Se lo votano bene altrimenti si va alle elezioni. Io penso che bisogna andare alle elezioni comunque. Mi sembra improbabile che si possa andare avanti così». Il leader della Lega, quando sono circolate le voci secondo le quali Berlusconi starebbe pensando a costruire un'alleanza con l'Udc, non ha esitato a telefonare per dire al premier che il Carroccio è pronto ad andare per la sua strada: «Ho telefonato a Silvio - ha detto Bossi - e gli ho detto che non va bene. Gli ho detto: guarda che con Casini noi non ci stiamo. Nomen omen, Casini uguale a casino». Un concetto che ripeterà anche mercoledì a Lesa, sul lago Maggiore: «A Silvio - ha precisato Bossi - ho spiegato che noi siamo bravi ma gli ho detto chiaro che i miei Casini non lo vogliono e che noi sappiamo dire basta. Quindi ho detto a Silvio sappiti regolare, anche perchè i voti il nord li dà alla Lega perchè Casini è il male del nord». Un'assicurazione, comunque il leader della Lega l'ha già avuta: «Berlusconi mi ha detto che non ha offerto nulla. Lui ha inserito quella cosa sulla famiglia nel programma e io temevo fosse un'apertura all'Udc». Che tra Bossi e Casini non siano buoni rapporti è noto, ma alla festa leghista il ministro delle riforme non si è risparmiato: «Che adesso Berlusconi cerchi di pigliare Casini prima del voto mi sembra ridicolo. I democristiani sono quelli che hanno rovinato il nord. Mio padre mi diceva sempre che sarebbe servito uno che dal nord andasse al sud a strozzare tutti quei delinquenti». Tra gli applausi del popolo leghista Bossi ha ribadito: «Si va a votare. Altro che Dc. Se si va con Casini le riforme non si fanno più». Bossi, infine, non ha risparmiato la sinistra: «La sinistra vota qualunque progetto perchè ha paura del voto. Vuole tirare fino a gennaio o febbraio perchè spera che la magistratura dia una botta a Berlusconi». Un'ultima stilettata il senatur non la risparmia nemmeno alla Chiesa intervenuta sulle politiche di contrasto dell'immigrazione e sul federalismo, i temi più cari al leader della Lega. «Ho fede in Maroni più che nella Cei», è la secca presa di posizione di Bossi. I CINQUE PUNTI I cinque punti, 'processo brevè e riforma del Csm compresi, non sono negoziabili. È un 'prendere o lasciarè quello che Silvio Berlusconi mette sul tavolo di Gianfranco Fini. Il premier, ai dirigenti presenti a palazzo Grazioli per un vertice sull'organizzazione del partito, lo dice chiaramente: non accetteremo un voto sul 95% della mozione che conterrà i cinque punti programmatici, non intendiamo trattare sul 5% relativo alla giustizia. Parole chiarissime, che suonano come l'ennesimo ultimatum. Il tono da aut aut, racconta chi era presente, è dovuto però al primo destinatario: Italo Bocchino. Non a caso il riferimento è alle parole del capogruppo alla Camera di Futuro e Libertà. Anzi, i presenti giurano che il bersaglio del Cavaliere sia stato più lui che non l'ex leader di An. Come quando ha puntato il dito contro i 'soliti tre cattivi consiglierì che vogliono solo alimentare lo scontro. Un chiaro riferimento a Bocchino, a Granata, a Briguglio. Certo il premier non è tenero neanche con Fini. Non ha più fiducia in lui, il rapporto è definitivamente incrinato. Ma soprattutto si chiede cosa veramente abbia in mente. Guarda con preoccupazione al meeting di Mirabello, dove il leader di Fli riunirà i suoi. Gli ex colonnelli di An lo hanno ampiamente rassicurato sul fatto che non avrà il coraggio di dar vita ad un nuovo partito. E il Cavaliere sembra crederci, ma in ogni caso chiarisce: se dovesse farlo «tradirebbe» gli elettori, prendendo una strada senza ritorno sia per la maggioranza che per il governo. E dovrebbe dimettersi, aggiunge uno dei presenti. Purtroppo non credo lo farà, si limita a rispondere Berlusconi. Parole che confermano come una ricucitura sia praticamente impossibile. Il Cavaliere, lo ripete da tempo, non intende farsi logorare. Allo stesso tempo, sa che lanciando ultimatum rischia solo di compattare la compagine finiana. Ma al di là del fatto che non riesce a trattenere i suoi umori, è arrivato alla conclusione che l'unico modo per dividere i finiani 'moderatì dai falchi sia quello di metterli davanti ad una scelta chiara: sostenere il governo o rischiare le urne. È sua convinzione infatti che in molti, in caso di redde rationem parlamentare, non seguiranno il loro leader. Sono stati leali con Fini, a maggior ragione lo saranno con i loro elettori, ribadisce. Ecco perchè, salvo qualche defezione (a cui comunque stanno lavorando i berlusconiani), il premier è sicuro che il momento della verità si avrà solo in aula. E non certo sulla mozione, visto che con tutta probabilità, i finiani la voteranno comunque, salvo poi presentare emendamenti sui provvedimenti come avvenuto sul ddl intercettazioni. Esattamente ciò che il premier non vuole. Nel frattempo, come spesso succede, gioca su più tavoli. Manda innanzitutto segnali a Pier Ferdinando Casini. Dovrebbe venire con noi, spiega durante il vertice, sottolineando che i centristi ne trarrebbero vantaggio anche in termini elettorali. Berlusconi sa bene però che l'Udc non intende entrare nel governo. Al massimo, come spiega Casini, potrebbe sostenere alcuni provvedimenti per senso di responsabilità, ma nulla di più. E un 'appoggio esternò potrebbe non bastare al premier, soprattutto per ottenere un nuovo scudo sulla giustizia se la Consulta bocciasse il legittimo impedimento. Ecco perchè quella delle urne resta una ipotesi concreta. Berlusconi ostenta sicurezza: ai suoi racconta di non essere minimamente preoccupato dai sondaggi che danno la Lega in forte crescita. Con Bossi, ripete, ho un rapporto solidissimo e un eventuale loro successo elettorale non costituirebbe un problema per il Pdl, ma anzi gli consentirebbe di superare il 50% dei consensi. Ma qualche dubbio deve pur averlo se con altrettanta chiarezza ripete a tutti di non voler andare al voto. Ufficialmente per mantenere l'impegno con gli elettori; ufficiosamente perchè incerto sull'atteggiamento del Quirinale (da qui il rinnovato invito a non polemizzare col Colle) e sul risultato in Senato. Ad ogni modo, meglio prepararsi. E così decide di procedere con l'operazione 'squadre della libertà: in sostanza, sotto lo stretto controllo dei tre coordinatori, i leader dei club e dei circoli (Dell'Utri, Brambilla, Valducci e Mantovano) dovranno mettere in campo un 'esercitò di simpatizzanti da schierare nelle oltre 60mila sezioni elettorali. FINI: NO A DIKTAT BERLUSCONI No a deleghe in bianco. Non erano ancora uscite le prime indiscrezioni sul nuovo 'ultimatum' da «prendere o lasciare» di Berlusconi, che i finiani avevano già ribadito i propri dubbi su processo breve e doppio Csm. Punti del documento approvato ieri dal Pdl - e sul quale il presidente del Consiglio chiederà la fiducia in Parlamento - che suscitano «fortissime perplessità» nei deputati di Futuro e Libertà. Tanto più che «la logica del prendere o lasciare - spiega in serata il capogruppo finiano, Italo Bocchino - non appartiene alla politica ma al commercio». La risposta al diktat berlusconiano, dunque, non si è fatta attendere: «Se il Pdl considera Fini fuori da quel progetto, lui avrà il dovere nei confronti degli elettori di dar vita a un nuovo soggetto politico». La fiducia sui 5 punti del documento programmatico non è in discussione, ma «senza coartare - sottolinea Bocchino - la nostra libertà di approfondire alcuni temi, a partire dal processo breve». Non farlo, aggiunge il deputato di Futuro e Libertà Francesco Divella, sarebbe «sì un tradimento del mandato elettorale ricevuto». E da discutere, per i finiani, c'è ancora tanto. Non solo sulla giustizia, ma anche «sul punto relativo ai respingimenti - spiega il finiano Fabio Granata - e sulla materia concreta dei decreti attuativi il federalismo fiscale e sulle politiche di sostegno al Sud». Temi da sempre cari al presidente della Camera, Gianfranco Fini, tanto che sul periodico online di Farefuturo definisce «lodevoli intenzioni» i 5 punti del documento programmatico. A cominciare dalle politiche per il Mezzogiorno e da quelle fiscali. Dopo avere incassato l'esito del vertice Pdl di ieri come una vittoria, perchè a suo dire dimostra che il premier non ha nessuna «arma atomica» per annientarlo, annuncia l'intenzione di verificare in che modo le «lodevoli intenzioni» saranno poi tradotte nei singoli disegni di legge. Del resto, sottolinea Farefuturo con un corsivo a firma di Sergio Talamo, se da un lato i cinque punti «segnano un cambiamento di sostanza», dall'altro «c'è ancora un bel pò da capire». Sulla giustizia e sull'immigrazione, appunto, ma anche nel fisco, sul Mezzogiorno e sull'idea di un federalismo «non squilibrato e campanilistico». Per i finiani bisogna dunque «approfondire, scendere nel merito, emendare ciò che va emendato», perchè questo vuol dire «buona politica». «Se queste cose si faranno senza riserve mentali - sottolinea il corsivo di Talamo - accadrà guarda caso che si vareranno riforme della giustizia che interessano tutti i cittadini e nello stesso tempo tutelano, per il tempo del loro mandato, le figure di maggiore rilievo istituzionale». E accadrà anche, insiste il periodico di Fare Futuro, che «si approveranno misure utili all'ordine pubblico senza penalizzare i tantissimi immigrati che vengono in Italia per costruire il futuro dei loro figli e, incidentalmente, puntellano il nostro Pdl». Allora sì che sarà davvero un buon giorno per la democrazia italiana, «sia pure con la necessaria prudenza».
ultimo aggiornamento: 03/02/2012 - 23:31
Gossip tv Scoop wikileaks
Archivio
Accesso utente

Contenuti più visti

Net1News Srl - Viale del Lavoro, 36 - 35020 - Ponte san Nicolò, cap. sociale €10.000 - P. IVA: 04472480286 - Disclaimer - capodanno milano

informazioni: info@net1news.org