«In un partito che esprime un progetto politico-organizzativo vicino a quello che Scajola ha sempre pensato, lui dovrebbe avere uno spazio significativo». Fabrizio Cicchitto auspica un ruolo nel Pdl per l'ex ministro allo Sviluppo economico Claudio Scajola e, intervistato dal Secolo XIX, non usa giri di parole per commentare la contesa con i finiani. «Non accetteremo mai che si ripeta l'operazione di logoramento che è avvenuta sul ddl intercettazioni. La nostra piattaforma è un approccio costruttivo e positivo, ma se si innesta un disegno del dire 'li prendiamo per i fondelli, diamo la fiducia sulla mozione e poi li logoriamò, questa è una roba che durerebbe pochissimo», afferma il capogruppo del Pdl alla Camera. «Il governo dura se ogni giorno non ha le solite dichiarazioni di sfasciacarrozze». In questo momento, sottolinea Cicchitto, «serve una coalizione solida, che crede nelle ragioni che l'hanno portata a vincere nel 2008 e che, al netto dei dissensi manifestatisi in questo periodo, reputi che i problemi generali del Paese richiedono l'impegno di una maggioranza che - semmai - cerca di avere rapporti positivi con settori come l'Udc e non vive perennemente delle sue contraddizioni». Il partito di Casini, prosegue, «rimane in una linea di opposizione, ma la maggioranza deve avere attenzione alle posizioni e alle proposte che l'Udc avanzerà». Cicchitto, che oggi interviene anche sul Giornale, torna sull'argomento giustizia, definendo «indispensabile una riforma globale che, per quanto possibile, ripristini lo Stato di diritto e la terzietà del giudice e anche che garantisca la leadership politica da attacchi strumentali di natura giudiziaria, così come era previsto originariamente dalla Costituzione». BOCCHINO: STRAPPO NON RICUCIBILE «Non credo che si possa ricucire lo strappo tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, e quindi vedo all'orizzonte la nascita di un nuovo partito politico». Per Italo Bocchino, capogruppo alla Camera del Fli, «Berlusconi dovrà decidere se questo partito politico potrà far parte della coalizione. Noi naturalmente siamo per questa soluzione, ma in caso contrario il voto è nelle cose». Il premier, dice Bocchino in un'intervista alla Stampa, «ha una strana concezione della politica e del tradimento. Con una logica padronale sbatte Fini fuori dal partito e lui ha il dovere verso gli elettori di dar vita a un nuovo soggetto politico, a meno che non si torni alla logica politica della compatibilità». «Il progetto del Pdl è imploso», prosegue il deputato finiano. «Ma la politica è l'arte delle cose impossibili e Berlusconi potrebbe far marcia indietro, anche perchè i sondaggi dicono che se si va al voto il Pdl perde tra i 60 e gli 80 parlamentari a vantaggio di Bossi e nostro e al Senato non avrebbe la maggioranza. E poi, di fronte a due maggioranze diverse tra Camera e Senato, scommetto che Umberto Bossi sponsorizzerebbe il governo Tremonti». POLVERINI: TRA FINI E BERLUSCONI RAPPORTO FINITO Mi pare molto improbabile un riavvicinamento tra Fini e Berlusconi. Magari insieme decideranno di condurre a compimento questa legislatura per tenere fede al mandato degli elettori, ma questa è un'altra cosa rispetto al loro rapporto, che è irrecuperabile«. Ne è convinta Renata Polverini che, in un'intervista al Tempo, auspica nuove elezioni. »Berlusconi ce la sta mettendo tutta per arrivare alla fine della legislatura ma, a oggi, l'unica strada che potrebbe ridare la spinta all'Italia sono nuove elezioni«, dice la presidente della regione Lazio, sottolineando che questa »è una prerogativa del Capo dello Stato«. Polverini si dice »contraria ai ribaltoni. Qualsiasi altro esecutivo diverso da quello attuale non ha la legittimità dei cittadini italiani. E poi - aggiunge - all'Italia serve un governo vero, serve un Berlusconi che coniughi pragmatismo e visione del mondo e che sappia dare accelerazioni alla politica se ce n'è la necessità«. In caso di elezioni, »credo che Fini non possa far parte di una coalizione che non sia di centrodestra. Al tempo stesso però credo che Berlusconi non voglia più avere Fini come alleato«. Polverini scarta la possibilità di un futuro con il Cavaliere Presidente della Repubblica e Alemanno vicepremier di un nuovo governo Berlusconi. Per il Quirinale, afferma, »credo ci voglia un altro carattere«, mentre il sindaco di Roma »non ha nessuna intenzione di lasciare il Campidoglio«. CASINI: BOSSI HA PRESO COLPO DI SOLE «Non so se il simpatico Umberto è stato vittima di un colpo di sole o ha bevuto qualche bicchiere di troppo». Lo ha detto il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini parlando con i giornalisti a Vibo Valentia, dove ha partecipato, insieme al deputato Roberto Occhiuto, ai festeggiamenti della Stella Maris, facendo riferimento alle dichiarazioni fatte ieri da Umberto Bossi. «In entrambi i casi - ha aggiunto Casini - consiglierei a Bossi di evitare preoccupanti allucinazioni. Non corriamo il rischio di trovarci assieme». «Berlusconi dice che bisogna essere leali con i propri elettori. Bene, questo vale anche per me». Lo ha detto a Vibo Valentia il leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini. «Gli elettori, due anni fa - ha aggiunto - mi hanno collocato all'opposizione e hanno chiesto a Berlusconi di governare. Perciò Berlusconi governi, mentre noi, all'opposizione, faremo il nostro dovere, prendendo atto delle cose buone che il Governo dovesse fare ed evidenziando ciò che non riesce a realizzare». «Noi non siamo nemici di Berlusconi - ha concluso Casini - siamo semplicemente un'altra cosa. Quindi Bossi stia tranquillo, noi siamo leali con gli elettori». CICCHITTO: NON CI FAREMO LOGORARE DA FLI «Non accetteremo mai che si ripeta l'operazione di logoramento che è avvenuta sul ddl intercettazioni». Fabrizio Cicchitto, mette in chiaro che, dopo il vertice di due giorni fa a palazzo Grazioli, il Pdl non è più disposto a subire i veti dei finiani. «Venerdì -spiega il capogruppo del Pdl alla Camera in un'intervista al Secolo XIX- con l'elaborazione dei 5 punti abbiamo fatto un rilevante sforzo costruttivo, per far sì che ci sia un governo coerente con il voto del 2008 e che affronti i nodi fondamentali della società italiana, evitando così le elezioni anticipate». Cicchitto ritiene che la risposta dei finiani sia «un approccio contraddittorio, nel senso che ci sono state posizioni diverse. Certamente costruttiva quella di Silvano Moffa, ma con dei grandi punti interrogativi quelle di altri; perchè non si può ipotizzare che si voti una mozione, che ha una sua logica complessiva e poi il giorno dopo la sua approvazione ricominci un tourbillon in commissioni e in aula di logoramento del governo». «La nostra piattaforma -insiste Cicchitto- è un approccio costruttivo e positivo, ma se si innesta un disegno del dire 'li prendiamo per i fondelli, diamo la fiducia sulla mozione e poi li logoriamò, questa è una cosa che durerebbe pochissimo». Infatti, prosegue Cicchitto, «serve una coalizione solida, che crede nelle ragioni che l'hanno portata a vincere nel 2008 e che, al netto dei dissensi manifestatisi in questo periodo, reputi che i problemi generali del Paese richiedono l'impegno di una maggioranza che - semmai - cerca di avere rapporti positivi con settori come l'Udc e non vive perennemente delle sue contraddizioni». Per quanto riguarda il partito di Casini, il capogruppo pidiellino sostiene che «l'Udc rimane in una linea di opposizione, ma tra la linea che ha seguito l'Udc e quella del Pd e dell'Idv, che ha avuto la leadership dello schieramento di centrosinistra, c'è una grande differenza e questo implica che la maggioranza deve avere attenzione alle posizioni ed alle proposte che l'Udc avanzerà». Sul processo breve Cicchitto evidenzia che «c'è un'ipotesi di riforma globale della giustizia, all'interno di questa c'è l'esigenza di avere delle misure che evitino la continuazione di un processo di destabilizzazione dell'equilibrio politico del Paese, sancito dai cittadini, che avviene attraverso l'uso politico della giustizia e di procure politicizzate che hanno indirizzato il fuoco in una direzione ben precisa. Certamente -conclude Cicchitto- non nascondiamo che riteniamo il punto del processo breve un punto importante, al pari degli altri». DONADI (IDV): ELEZIONI? BOSSI NON E' CAPO DELLO STATO «Se andare a elezioni o meno non lo decide Bossi, tantomeno Berlusconi, ma il presidente della Repubblica dopo le consultazioni». È quanto sottolinea in una nota il capogruppo alla Camera dell'Italia dei Valori (Idv), Massimo Donadi. «In ogni caso - aggiunge - Pdl e Lega dimenticano un passaggio fondamentale: formalizzare la crisi in Parlamento. Quello che sta accadendo in Italia non si è mai visto: nonostante abbia ancora la maggioranza, il premier lavora all'autoribaltone per andare al voto». «Con la più ampia maggioranza numerica nella storia repubblicana - osserva ancora l'esponente Idv - non è stato capace di avviare un percorso di riforme e di modernizzare il Paese, ma ha tenuto il Parlamento inchiodato sulle sue vicende giudiziarie. Una dimostrazione di irresponsabilità ed incapacità di governo unica». SACCONI: SERVE ESECUTIVO COESO PER LA RIPRESA «Per realizzare i cambiamenti necessari alla crescita l'Italia ha bisogno di un governo coeso, perchè sui profili più dirimenti della crescita stessa la politica ha delle divisioni nette. Governi di responsabilità nazionale o grosse koalition sarebbero la paralisi su tutto quello che occorre fare». A dirlo il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, secondo cui «se ci si confronta in Parlamento senza pregiudizio sulle cose da fare una maggioranza c'è», altrimenti «occorrerebbe rapidamente ritornare agli elettori». In un'intervista al Sole 24 Ore, Sacconi spiega le divergenze con l'opposizione. «Il federalismo è un'opportunità per il Sud di avere amministratori capaci. Insieme al libro bianco sul modello sociale fornisce i presupposti per la riforma fiscale», afferma. «È la combinazione della sussidiarietà verticale con quella orizzontale, in contrapposizione con la cultura neostatalista. Il vecchio mondo Pci-Pds-Ds, che è tanta parte del Pd, è ancorato a un'idea statalista, diversa dalla visione meno Stato, più società» Pomigliano, prosegue il ministro, è un benchmark inesorabile, un evidente caso di meno Stato. La Fiat non chiede incentivi pubblici, ma più società. Che chiede ai lavoratori di rappresentare, con la maggiore produttività, l'incentivo a che si produca un grande investimento«. La distanza coinvolge anche gli investimenti bioenergetici, la cultura della vita e la giustizia, con »l'opposizione indisponibile a discutere perchè subalterna alla magistratura politicizzata«, dichiara Sacconi, che respinge le accuse del Pd sulla non presenza del lavoro tra i temi dei punti programmatici. »C'è un piano triennale approvato dal governo, c'è la proposta di statuto dei lavori«. In Europa, continua Sacconi, »vedo un punto di forza che si chiama industria. Questo spiega la buona reazione della Germania e dell'Italia settentrionale alla ripresa del commercio internazionale. Il nostro problema resta il Sud, a differenza della Germania che è riuscita a integrare la parte più debole. Nel Paese, aggiunge, «c'è un grande disallineamento tra competenze richieste dall'impresa e quelle offerte dal mercato del lavoro. Bisogna investire nella buona formazione: è la sfida che avremo già a settembre». Nell'intervista il titolare del Welfare affronta il nodo delle pensioni: «Non c'è nessuna gobba, abbiamo annullato le variabili legate all'invecchiamento della popolazione, abbiamo stabilizzato il sistema rispetto a questa determinante». Quanto al boom delle pensioni di invalidità, «è la ragione del programma straordinario in corso di esecuzione per responsabilizzare le regioni e ripulire molti probabili abusi», spiega. «Tolleranza zero» sarà anche verso «il sommerso totale e le violazioni più gravi dei diritti del lavoro». ZINGARETTI: FINI LAVORA PER SCONFIGGERCI «L'agenda partorita venerdì dal vertice del Pdl è imbarazzante. Mi pare uno scambio osceno con la Lega: fateci fare gli affari nostri, voi fatevi i vostri. Bossi usa i limiti dello Stato per distruggere la nazione. Noi invece dobbiamo difendere la nazione rinnovando lo Stato. Dobbiamo costringerli a fare i conti con la nostra idea di Paese». Lo sostiene il presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti, in un'intervista pubblicata oggi sul quotidiano l'Unità. Parlando della rottura tra Fini e Berlusconi nell'intervista aggiunge: «Penso che Fini abbia vinto una battaglia. Rappresenta, per quelli di destra, un'alternativa a chi non si rassegna al berlusconismo. Fini è quello che, con più credibilità, immagina una destra nazionale. Quella di Fini è una destra antiberlusconiana, noi siamo il centrosinistra. Sia chiaro: Fini non vuole allearsi con noi, ma vuole lavorare per sconfiggerci meglio». Alla domanda se si stia scaldando per fare il leader, Zingaretti risponde: «Sono stufo di vedere che quando qualcuno parla non si guarda mai al merito. Lo ripeto: credo nel bene comune e in una classe dirigente che sia in grado di mettere in campo energie nuove. Non ho alcuna intenzione di candidarmi a nulla. Sono semplicemente - conclude - molto indignato da questa destra». BUTTIGLIONE: LEGISLATURA NON E' IN MANO ALLA LEGA «Si rassegni Bossi: il destino della legislatura è nelle nostre mani e non in quelle della Lega. Decideremo noi e non lui se farla sopravvivere». Lo afferma il presidente dell'Udc Rocco Buttiglione in un'intervista al Corriere della Sera. «C'è una sola Costituzione ed è quella scritta: se si sfascia una maggioranza se ne fa un'altra in Parlamento», sottolinea Buttiglione. «Non verificare se esiste questa possibilità sarebbe contrario alla Carta. Altra cosa - prosegue - è dire che non si può fare un governo per ammazzare Berlusconi. È un ragionamento che ha del buon senso anche se non è al Presidente che deve essere rivolto, ma alle forze politiche, e principalmente all'Udc». «Non fremiamo dalla voglia di entrare in questo governo, nè di fare alleanze con la Lega», dichiara Buttiglione. «Valuteremo attentamente il programma proposto dal presidente del Consiglio e dove troveremo dei punti di convergenza li voteremo». Alla fiducia, aggiunge, «certamente non daremo il nostro sì». FRANCESCHINI: VOTO NON CI FA PAURA «Di fronte a una situazione di emergenza, con Berlusconi che va al voto per ottenere pieni poteri, stravolgere la Costituzione e puntare al Quirinale, scatterebbe una risposta straordinaria e di emergenza da parte di tutta l'opposizione: la nascita di una Alleanza Costituzionale aperta a tutte le forze che alla svolta autoritaria di Berlusconi sono pronte a dire di no». Ne è convinto il capogruppo del Pd alla Camera Dario Franceschini, secondo cui «se il premier va alle elezioni le perde». Intervistato da Repubblica, Franceschini spiega che dell'Alleanza Costituzionale farebbe parte «chi ci sta, partendo dal Pd, da Di Pietro e dalla sinistra che è fuori dal Parlamento». Casini «è un nostro interlocutore naturale e dimostra di saper resistere al pressing forte di Berlusconi», mentre Fini «sta conducendo la sua battaglia all'interno del campo del centrodestra». La scelta del leader, prosegue, dipende dall'evolversi della situazione. «Se la legislatura va avanti abbiamo le primarie, ma se la crisi si avvita e rapidamente scatta la corsa alle urne lo schema cambia. Saremmo costretti a scegliere il nostro candidato premier magari solo in un mese». Quello delle elezioni anticipate «è un bluff di Berlusconi, agitato per spaventare Fini», con cui «lo strappo è irrimediabile», sostiene Franceschini. Il presidente del Consiglio «sogna il colpaccio grazie al Porcellum, che gli consentirebbe di mettere in lista solo i fedelissimi e di fare il pieno grazie a un premio di maggioranza vergognoso, però sa anche che questo sogno rischia di trasformarsi in un incubo». L'eventuale governo di transizione, aggiunge, «avrebbe al primo punto la modifica del Porcellum, ma non abbiamo alcuna paura di affrontare la prova delle urne anche con questa legge elettorale». BOSSI: NOI MAI CON CASINI Dal Berghem Fest Umberto Bossi manda un messaggio chiaro a Silvio Berlusconi: a questo punto si deve votare comunque e non si illuda di costruire alleanze con l'Udc di Pier Ferdinando Casini perchè la Lega non ci sta. «Berlusconi - ha spiegato Bossi - ha detto che ha un progettino da portare in Parlamento. Se lo votano bene altrimenti si va alle elezioni. Io penso che bisogna andare alle elezioni comunque. Mi sembra improbabile che si possa andare avanti così». Il leader della Lega, quando sono circolate le voci secondo le quali Berlusconi starebbe pensando a costruire un'alleanza con l'Udc, non ha esitato a telefonare per dire al premier che il Carroccio è pronto ad andare per la sua strada: «Ho telefonato a Silvio - ha detto Bossi - e gli ho detto che non va bene. Gli ho detto: guarda che con Casini noi non ci stiamo. Nomen omen, Casini uguale a casino». Un concetto che ripeterà anche mercoledì a Lesa, sul lago Maggiore: «A Silvio - ha precisato Bossi - ho spiegato che noi siamo bravi ma gli ho detto chiaro che i miei Casini non lo vogliono e che noi sappiamo dire basta. Quindi ho detto a Silvio sappiti regolare, anche perchè i voti il nord li dà alla Lega perchè Casini è il male del nord». Un'assicurazione, comunque il leader della Lega l'ha già avuta: «Berlusconi mi ha detto che non ha offerto nulla. Lui ha inserito quella cosa sulla famiglia nel programma e io temevo fosse un'apertura all'Udc». Che tra Bossi e Casini non siano buoni rapporti è noto, ma alla festa leghista il ministro delle riforme non si è risparmiato: «Che adesso Berlusconi cerchi di pigliare Casini prima del voto mi sembra ridicolo. I democristiani sono quelli che hanno rovinato il nord. Mio padre mi diceva sempre che sarebbe servito uno che dal nord andasse al sud a strozzare tutti quei delinquenti». Tra gli applausi del popolo leghista Bossi ha ribadito: «Si va a votare. Altro che Dc. Se si va con Casini le riforme non si fanno più». Bossi, infine, non ha risparmiato la sinistra: «La sinistra vota qualunque progetto perchè ha paura del voto. Vuole tirare fino a gennaio o febbraio perchè spera che la magistratura dia una botta a Berlusconi». Un'ultima stilettata il senatur non la risparmia nemmeno alla Chiesa intervenuta sulle politiche di contrasto dell'immigrazione e sul federalismo, i temi più cari al leader della Lega. «Ho fede in Maroni più che nella Cei», è la secca presa di posizione di Bossi. I CINQUE PUNTI I cinque punti, 'processo brevè e riforma del Csm compresi, non sono negoziabili. È un 'prendere o lasciarè quello che Silvio Berlusconi mette sul tavolo di Gianfranco Fini. Il premier, ai dirigenti presenti a palazzo Grazioli per un vertice sull'organizzazione del partito, lo dice chiaramente: non accetteremo un voto sul 95% della mozione che conterrà i cinque punti programmatici, non intendiamo trattare sul 5% relativo alla giustizia. Parole chiarissime, che suonano come l'ennesimo ultimatum. Il tono da aut aut, racconta chi era presente, è dovuto però al primo destinatario: Italo Bocchino. Non a caso il riferimento è alle parole del capogruppo alla Camera di Futuro e Libertà. Anzi, i presenti giurano che il bersaglio del Cavaliere sia stato più lui che non l'ex leader di An. Come quando ha puntato il dito contro i 'soliti tre cattivi consiglierì che vogliono solo alimentare lo scontro. Un chiaro riferimento a Bocchino, a Granata, a Briguglio. Certo il premier non è tenero neanche con Fini. Non ha più fiducia in lui, il rapporto è definitivamente incrinato. Ma soprattutto si chiede cosa veramente abbia in mente. Guarda con preoccupazione al meeting di Mirabello, dove il leader di Fli riunirà i suoi. Gli ex colonnelli di An lo hanno ampiamente rassicurato sul fatto che non avrà il coraggio di dar vita ad un nuovo partito. E il Cavaliere sembra crederci, ma in ogni caso chiarisce: se dovesse farlo «tradirebbe» gli elettori, prendendo una strada senza ritorno sia per la maggioranza che per il governo. E dovrebbe dimettersi, aggiunge uno dei presenti. Purtroppo non credo lo farà, si limita a rispondere Berlusconi. Parole che confermano come una ricucitura sia praticamente impossibile. Il Cavaliere, lo ripete da tempo, non intende farsi logorare. Allo stesso tempo, sa che lanciando ultimatum rischia solo di compattare la compagine finiana. Ma al di là del fatto che non riesce a trattenere i suoi umori, è arrivato alla conclusione che l'unico modo per dividere i finiani 'moderatì dai falchi sia quello di metterli davanti ad una scelta chiara: sostenere il governo o rischiare le urne. È sua convinzione infatti che in molti, in caso di redde rationem parlamentare, non seguiranno il loro leader. Sono stati leali con Fini, a maggior ragione lo saranno con i loro elettori, ribadisce. Ecco perchè, salvo qualche defezione (a cui comunque stanno lavorando i berlusconiani), il premier è sicuro che il momento della verità si avrà solo in aula. E non certo sulla mozione, visto che con tutta probabilità, i finiani la voteranno comunque, salvo poi presentare emendamenti sui provvedimenti come avvenuto sul ddl intercettazioni. Esattamente ciò che il premier non vuole. Nel frattempo, come spesso succede, gioca su più tavoli. Manda innanzitutto segnali a Pier Ferdinando Casini. Dovrebbe venire con noi, spiega durante il vertice, sottolineando che i centristi ne trarrebbero vantaggio anche in termini elettorali. Berlusconi sa bene però che l'Udc non intende entrare nel governo. Al massimo, come spiega Casini, potrebbe sostenere alcuni provvedimenti per senso di responsabilità, ma nulla di più. E un 'appoggio esternò potrebbe non bastare al premier, soprattutto per ottenere un nuovo scudo sulla giustizia se la Consulta bocciasse il legittimo impedimento. Ecco perchè quella delle urne resta una ipotesi concreta. Berlusconi ostenta sicurezza: ai suoi racconta di non essere minimamente preoccupato dai sondaggi che danno la Lega in forte crescita. Con Bossi, ripete, ho un rapporto solidissimo e un eventuale loro successo elettorale non costituirebbe un problema per il Pdl, ma anzi gli consentirebbe di superare il 50% dei consensi. Ma qualche dubbio deve pur averlo se con altrettanta chiarezza ripete a tutti di non voler andare al voto. Ufficialmente per mantenere l'impegno con gli elettori; ufficiosamente perchè incerto sull'atteggiamento del Quirinale (da qui il rinnovato invito a non polemizzare col Colle) e sul risultato in Senato. Ad ogni modo, meglio prepararsi. E così decide di procedere con l'operazione 'squadre della libertà: in sostanza, sotto lo stretto controllo dei tre coordinatori, i leader dei club e dei circoli (Dell'Utri, Brambilla, Valducci e Mantovano) dovranno mettere in campo un 'esercitò di simpatizzanti da schierare nelle oltre 60mila sezioni elettorali. FINI: NO A DIKTAT BERLUSCONI No a deleghe in bianco. Non erano ancora uscite le prime indiscrezioni sul nuovo 'ultimatum' da «prendere o lasciare» di Berlusconi, che i finiani avevano già ribadito i propri dubbi su processo breve e doppio Csm. Punti del documento approvato ieri dal Pdl - e sul quale il presidente del Consiglio chiederà la fiducia in Parlamento - che suscitano «fortissime perplessità» nei deputati di Futuro e Libertà. Tanto più che «la logica del prendere o lasciare - spiega in serata il capogruppo finiano, Italo Bocchino - non appartiene alla politica ma al commercio». La risposta al diktat berlusconiano, dunque, non si è fatta attendere: «Se il Pdl considera Fini fuori da quel progetto, lui avrà il dovere nei confronti degli elettori di dar vita a un nuovo soggetto politico». La fiducia sui 5 punti del documento programmatico non è in discussione, ma «senza coartare - sottolinea Bocchino - la nostra libertà di approfondire alcuni temi, a partire dal processo breve». Non farlo, aggiunge il deputato di Futuro e Libertà Francesco Divella, sarebbe «sì un tradimento del mandato elettorale ricevuto». E da discutere, per i finiani, c'è ancora tanto. Non solo sulla giustizia, ma anche «sul punto relativo ai respingimenti - spiega il finiano Fabio Granata - e sulla materia concreta dei decreti attuativi il federalismo fiscale e sulle politiche di sostegno al Sud». Temi da sempre cari al presidente della Camera, Gianfranco Fini, tanto che sul periodico online di Farefuturo definisce «lodevoli intenzioni» i 5 punti del documento programmatico. A cominciare dalle politiche per il Mezzogiorno e da quelle fiscali. Dopo avere incassato l'esito del vertice Pdl di ieri come una vittoria, perchè a suo dire dimostra che il premier non ha nessuna «arma atomica» per annientarlo, annuncia l'intenzione di verificare in che modo le «lodevoli intenzioni» saranno poi tradotte nei singoli disegni di legge. Del resto, sottolinea Farefuturo con un corsivo a firma di Sergio Talamo, se da un lato i cinque punti «segnano un cambiamento di sostanza», dall'altro «c'è ancora un bel pò da capire». Sulla giustizia e sull'immigrazione, appunto, ma anche nel fisco, sul Mezzogiorno e sull'idea di un federalismo «non squilibrato e campanilistico». Per i finiani bisogna dunque «approfondire, scendere nel merito, emendare ciò che va emendato», perchè questo vuol dire «buona politica». «Se queste cose si faranno senza riserve mentali - sottolinea il corsivo di Talamo - accadrà guarda caso che si vareranno riforme della giustizia che interessano tutti i cittadini e nello stesso tempo tutelano, per il tempo del loro mandato, le figure di maggiore rilievo istituzionale». E accadrà anche, insiste il periodico di Fare Futuro, che «si approveranno misure utili all'ordine pubblico senza penalizzare i tantissimi immigrati che vengono in Italia per costruire il futuro dei loro figli e, incidentalmente, puntellano il nostro Pdl». Allora sì che sarà davvero un buon giorno per la democrazia italiana, «sia pure con la necessaria prudenza».