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Il massacro dei delfini di Taiji (VIDEO)

Ogni anno la Prefettura giapponese di Wakayama diventa teatro della più orribile mattanza di delfini e focene al mondo.

Il massacro dei delfini di Taiji (VIDEO)

La crudele storia, nascosta all'ombra di una piccola insenatura affacciata sull'Oceano Pacifico, è divenuta di pubblico dominio grazie al film-documentario “The Cove”, premio Oscar nel 2010 ad opera del fotografo naturalista (ex National Geographic) Louie Psihoyos. Ogni anno flotte di imbarcazioni giapponesi si dirigono al largo e con una brutale tecnica di pesca - atta a confondere il sistema di ecolocalizzazione - radunano un nutrito gruppo di cetacei guidandoli sino alla baia dove incontrerà la morte o, nel migliore dei casi, un “contratto di lavoro” presso qualche delfinario sparso per il mondo. Le procedure, i metodi ed il luogo della mattanza erano tenuti “segreti” (sino alla pubblicazione del film) dalle autorità locali e dall'appoggio dei pescatori, che allontanavano sistematicamente chiunque volesse assistere o documentare l'ignobile massacro. La piccola baia di Taiji è uno scenario del crimine geograficamente perfetto, circondato da barriere naturali, protetto da filo spinato, cartelli d'avvertimento e persino vedette: un'area permeata da una surreale atmosfera militare che non riesce a nascondere, ma getta sotto i riflettori le mani lorde di sangue degli assassini.

In passato diversi gruppi di attivisti (Greenpeace, Sea Sheperd ed altri) avevano provato - invano - a mostrare al mondo quanto accadesse a Taiji, ma solo col documentario di Psihoyos e la tenacia del protagonista Ric O'Barry è stata aperta una finestra chiara e concreta sulla terribile vicenda. O'Barry era un addestratore di delfini, divenuto famoso per la collaborazione nella cattura e nell'addestramento dei sei tursiopi avvicendatisi nel telefilm Flipper: “avevo una vita agiata, una Porsche ed un lavoro invidiato”, sottolinea il protagonista, ma poi “è accaduto qualcosa che ha cambiato per sempre la mia vita”. Secondo il suo racconto, il delfino Kathy - star di Flipper - si lasciò andare tra le sue braccia, “suicidandosi” per la depressione causata dalla vita in cattività. Per quanto tale affermazione possa sembrare bizzarra non è da escludere scientificamente, poiché la respirazione dei cetacei è un atto totalmente volontario a differenza del nostro, inoltre sono ben note le capacità cognitive dei delfini: un animale che ha coscienza di se stesso potrebbe compiere l'atto estremo in determinate condizioni di stress? Verità o leggenda, da quel momento la mano di O'Barry divenne un'arma in difesa dei mammiferi marini. Il primo eclatante gesto fu infatti quello di liberare un tursiope a Bimini, con conseguente arresto e relativi problemi giudiziari. I suoi atti estremi si susseguirono negli anni, trasformandolo da addestratore di fama mondiale ad attivista nel mirino di lobby e Paesi che praticano ancora oggi la baleneria.

L'incontro con Psihoyos fu fortunato e fortuito. Il regista volle infatti conoscere O'Barry dopo il suo allontanamento da parte di uno sponsor durante una conferenza. Da lì nacque l'amicizia e la collaborazione per creare “The Cove”, un'opera indubbiamente di parte ma che ha oggettivamente messo in mostra i lati più oscuri della caccia ai delfini e gli interessi che la circondano; dalla corruzione di Stati sovrani per comprare voti alla commissione IWC (International Whaling commission), ai danni per la salute causati dal mercurio presente nella carne dei cetacei, passando per i brutali metodi utilizzati per uccidere. Le sequenze in cui i pescatori infilzano gli animali con fiocine ed uncini, trasformando quel tratto d'oceano in una rossa distesa di sangue, rappresentano un agghiacciante spaccato della crudeltà umana: l'appoggio legale della Prefettura e le teorie socioculturali non possono giustificare in alcun modo un simile modus operandi in un paese civile quale è il Giappone.

Tutte le scene topiche del documentario sono state riprese di nascosto e con tecniche e strumentazione all'avanguardia, l'unico modo possibile per presentare al mondo - non senza rischi - il massacro di Taiji. C'è da sottolineare che alcuni passaggi sono stati drammatizzati e determinate informazioni possono essere fuorvianti, come ad esempio quella relativa alla compravendita dei delfini per i parchi acquatici. Nella maggior parte dei casi, infatti, queste strutture utilizzano animali nati in cattività. La riflessione, oltre a quella relativa per l'ignobile massacro, è piuttosto relativa alla necessità di rinchiudere i cetacei per il pubblico divertimento. Diceva un lungimirante Jacques Cousteau: “voler capire il comportamento dei delfini partendo da quelli in cattività è come voler comprendere l'umanità osservando le carceri”.

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