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Sindone, è possibile riprodurla in laboratorio

Un team di ricercatori dell'Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (ENEA) ha reso noti i risultati di una ricerca svolta tra il 2005 ed il 2010.

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Un team di ricercatori dell'Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (ENEA) ha reso noti i risultati di una ricerca svolta tra il 2005 ed il 2010.

La ricerca è stata effettuata sulla Sindone, il lenzuolo che secondo i credenti ed alcuni ricercatori custodirebbe le impronte del corpo di Gesù Cristo, il quale sarebbe stato avvolto nel medesimo lenzuolo subito dopo il decesso. Il gruppo Enea è riuscito a riprodurre artificialmente su un panno di lino la stessa colorazione e le stesse caratteristiche fisiche e chimiche della Sindone.

Questo risultato ha ricevuto immediatamente delle ovvie critiche. Infatti non sarebbe di certo stato possibile utilizzare nel Medioevo (periodo storico durante il quale sarebbe stato prodotto il possibile falso) le tecnologie che hanno consentito ai ricercatori di ottenere la copia. Questa ricerca, per alcuni, rafforza l'idea che la Sindone sia davvero il lenzuolo che ha avvolto il corpo si Gesù. 

 

CENNI STORICI - A tutt’oggi le prime testimonianze documentarie sicure e irrefutabili relative alla Sindone di Torino datano alla metà del XIV secolo, quando Geoffroy de Charny, valoroso cavaliere e uomo di profonda fede, depose il Lenzuolo nella chiesa da lui fondata nel 1353 nel suo feudo di Lireyin Francia, non lontano da Troyes.

 Nel corso della prima metà del ‘400, a causa dell’acuirsi della Guerra dei cento anni, Marguerite de Charny ritirò la Sindone dalla chiesa di Lirey (1418) e la portò con sé nel suo peregrinare attraverso l’Europa. Finalmente ella trovò accoglienza presso la corte dei duchi di Savoia, alla quale erano stati legati sia suo padre sia il secondo marito, Umbert de La Roche. Fu in quella situazione che avvenne, nel 1453, il trasferimento della Sindone ai Savoia, nell’ambito di una serie di atti giuridici intercorsi tra il duca Ludovico e Marguerite. A partire dal 1471, Amedeo IX il Beato, figlio di Ludovico, incominciò ad abbellire e ingrandire la cappella del castello di Chambéry, capitale del Ducato, in previsione di una futura sistemazione della Sindone.Dopo una iniziale collocazione nella chiesa dei francescani, la Sindone venne definitivamente riposta nella Sainte-Chapelle du Saint-Suaire. In questo contesto i Savoia richiesero e ottennero nel 1506 dal Papa Giulio II il riconoscimento di una festa liturgica propria, per la quale fu scelto il 4 maggio. II 4 dicembre 1532 un incendio devastò la Sainte-Chapelle e causò al Lenzuolo notevoli danni che furono riparati nel 1534 dalle Suore Clarisse della città. Emanuele Filiberto trasferì definitivamente la Sindone a Torino nel 1578. Il Lenzuolo giunse in città il 14 settembre di quell’anno, tra le salve dei cannoni, in un'atmosfera di grande solennità. La Sindone restò, da quel momento, definitivamente a Torino dove, nei secoli seguenti, fu oggetto di numerose ostensioni pubbliche e private. La religiosità del Piemonte (e non solo) fu ovviamente molto influenzata da questa presenza così importante. Ne sono testimonianza viva numerosi dipinti rinvenibili nella capitale e in molti paesi del ducato. Anche le grandi e solenni ostensioni, molto frequenti nei due secoli barocchi, ne sottolinearono l’aspetto devozionale pubblico.

Commenti

Non è proprio vero che i fisici dell'Enea siano riusciti a riprodurre tramite il laser eccimero l'immagine dell'Uomo della Sindone con le stesse caratteristiche fisiche e chimiche. Diciamo che si sono avvicinati. Si tratta di uno studio che permette di dedurre che alla base del meccanismo di formazione dell'immagine somatica vi siano stati processi fotochimici sconosciuti in epoca medievale (ed anche oggi). Addirittura, pare che l'immagine sia rimasta latente per un lungo periodo (anni o decenni) per poi affiorare "miracolosamente" sulla superficie della Tela ed entrare pian piano nella storia tramite copie, di cui la più famosa potrebbe essere stata l'immagine acheropita (non fatta da mano d'uomo) di Edessa, il celebre Mandyion di Edessa. Michele Salcito

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