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Strage di via D'Amelio: la verità tra le righe

PALERMO - Giovedì scorso la Corte d'appello di Catania ha dichiarato inammissibile l'istanza di revisione per il processo della strage di via D'Amelio.

Paolo Borsellino

PALERMO - Giovedì scorso la Corte d'appello di Catania ha dichiarato inammissibile l'istanza di revisione per il processo della strage di via D'Amelio. Il procuratore generale nisseno Roberto Scarpinto, è stato dunque invitato a procedere per calunnia nei confronti di Scarantino e Candura, autori di un vero e proprio depistaggio. I due manovali di Cosa nostra infatti si autoaccusarono di colpe gravissime, come il furto dell'auto usata per l'attentato, facendo condannare altri sicari della mafia, che però dopo i riscontri alle dichiarazioni di Spatuzza si sono rivelati estranei alla vicenda. Dopo quasi vent'anni dall'eccidio, ancora non si trovano i misteriosi pupari. Tutti sempre pronti a cercare d'individuare gli esecutori materiali dell'efferato crimine, giudici compresi, e mai nessuno che tenta di scoprire chi ha ordito le trame. Forse non si arriverà mai a una sentenza di condanna per i reali mandanti, ma per rendere onore alla memoria di un magistrato, che per spirito di servizio ha sacrificato la sua vita, è opportuno divulgare quello che molti tacciono. E cioè che Paolo Borsellino era a conoscenza della trattativa fra Stato e mafia, e che fu ucciso perché l'avrebbe contrastata platealmente. Non si può biasimare a questo punto i giudici catanesi che hanno respinto la revisione del processo. Il loro compito è stato quello di ravvisare se ci fossero gli estremi per celebrare un nuovo dibattimento. Siccome sarebbe stata necessaria una sentenza definitiva che incriminasse altri soggetti, hanno decretato nulla l'istanza, attenendosi così alle regole della giurisprudenza. Nodo cruciale della storia rimane però l'isolamento a cui Paolo Borsellino è stato sottoposto, una volta calata la sua popolarità dopo il Maxiprocesso. Se le istituzioni del tempo non sono state solidali con lui, allora sono quantomeno corresponsabili della sua morte, e se ancora i politici della Seconda Repubblica non hanno saputo prendere le distanze dai loro predecessori, be' allora il sangue del probo magistrato macchia anche le loro mani. A Catania inoltre i giudici hanno sospeso l'esecuzione della pena a sei degli otto condannati all'ergastolo per l'eccidio di via D'Amelio. Magra consolazione per chi ha sete di giustizia, che comunque aggiunge un'altra tesserina al mosaico. Resta però incredibile che due o tre ipocriti farabutti abbiano potuto architettare un depistaggio così ben congegnato, da trarre in inganno diversi magistrati. Se non fosse stato infatti per le dichiarazioni di Spatuzza, nessuno avrebbe potuto contestare le menzogne di Scarantino e Candura, che adesso lamentano di essere stati costretti a mentire da un gruppo di investigatori della Polizia vicino a Falcone e Borsellino.

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