Turismo gay: l'Italia non fa per noi
Mentre in tutto il mondo si cerca di accodarsi al trend che vede sempre più diffuso un "sentiment" positivo verso le persone gay e lesbiche, in Italia non si fa altro che andare controcorrente. Anche con gravi ripercussioni economiche.
In tutto il mondo il turismo gay viene sempre più sponsorizzato, con un sempre maggior numero di strutture che si dichiarano gay-friendly e un sempre maggior numero di Stati che pubblicizzano apertamente vacanze gay.
Si sa: il turismo gay nel mondo è un grande affare economico per tutti: solo in Italia si stima rappresentare una fetta di mercato da circa 3,2 miliardi di euro. Se vi sembrano pochi!
Ma nonostante già dal 2009 si stia spingendo appieno questo segmento turistico in tutto il mondo, e dal 2011 anche in Italia il Ministero del Turismo abbia dato il proprio patrocinio alla prima edizione dell'Expo Turismo Gay, l'Italia viene ancora vista con occhi dubbiosi dai viaggiatori gay.
Infatti, se andiamo a spulciare le guide turistiche internazionali dedicate al popolo GLBT, vedremo che molte località nostrane sono etichettate con "AYOR", cioè "At Your Own Risk" che significa "a vostro rischio e pericolo".
Questo è dovuto tra l'altro all'omofobia dilagante che pervade ancora una grande fetta della popolazione italiana, alle esternazioni non certo gay-friendly del Vaticano e di molti politici italiani, al fatto che la stragrande maggioranza delle strutture italiane non indicano chiaramente di accogliere di buon grado una clientela gay e lesbica.
Neppure la crisi sembra smuovere gli imprenditori turistici italiani da questa situazione di stallo, imprenditori che invece dovrebbero farsi furbi e usufruire delle bellezze paesaggistiche, architettoniche e culturali italiane -che attirano già milioni di turisti da tutto il mondo- per acquisire clientela gay e lesbica internazionale che passi volentieri in Italia le proprie vacanze.
Una delle situazioni più imbarazzanti per i clienti gay è quella che vede il personale di molte strutture ricettive separare i due letti di una camera matrimoniale quando venga prenotata da due maschi.
Per non parlare di una ricerca condotta da hrs.com (sito di prenotazione alberghiera) i cui risultati indicano come gli albergatori di Roma siano tra i più omofobi d'Europa.
Ben altra -e molto significativa- la situazione all'estero: si pensi che nella sola città di New York, circa 1 anno dopo la legalizzazione dei matrimoni gay ne sono stati celebrati circa 8.200, con introiti stimati dal sindaco Bloomberg per circa 259 milioni di dollari. Una stima che deriva da un rapido calcolo: più di 200.000 sono stati gli invitati a questi matrimoni, e hanno passato circa 235.000 notti negli alberghi cittadini, utilizzando anche altri servizi. "La legalizzazione dei matrimoni gay" ha dichiarato Bloomberg "ci ha reso una città più aperta e libera, e ci ha aiutato a creare nuovi posti di lavoro." Cosa questa da non sottovalutare nemmeno in Italia.
La legalizzazione dei matrimoni gay o comunque il pieno riconoscimento, anche culturale, delle coppie gay/lesbiche non è solamente un atto di civiltà laica e progressista ma anche un affare economico non indifferente. Questo non è sfuggito a Paesi come la Grecia (da sempre una delle mete preferite da gay e lesbiche di tutto il pianeta), la Spagna (famosa la zona di Sitges, vicino a Barcellona), Israele (Tel Aviv sembra essere una delle città più gay-friendly del mondo), gli USA, l'Inghilterra, il Canada e altri Paesi europei, che vedono accaparrarsi una sempre maggior quota del turismo gay/lesbico mondiale (e anche di quello tradizionale), mentre la nostra povera Italia -terra di enormi patrimoni architettonici, paesaggistici, culturali, come nessun altra nazione al mondo- si arrabatta tra varie difficoltà senza riuscire a valorizzare e sfruttare economicamente quanto di bello possegga entro i propri confini, facendosi "mangiare i fagioli in testa" da altre nazioni nemmeno lontanamente paragonabili.

